Vittorio Emanuele II a colazione a Villa La Tassinara

 

A Villa "Arrighi" (oggi La Tassinara) Vittorio Emanuele II invitò a colazione il patriota veronese Pietro Zenati, che gli consegnò i piani delle fortificazioni di Verona.

Subito dopo la battaglia di San Martino del 24 giugno 1859, Vittorio Emanuele II, presente in quei giorni a Rivoltella, presso la villa dei conti Arrighi, oggi Tassinara, invitava a colazione Pietro Zenati, patriota veronese in possesso dei piani relativi alle fortificazioni austriache di Verona.
Il sovrano ascoltò con non poco interesse il rocambolesco racconto dello Zenati, chiedendo dettagli su come egli fosse riuscito a impossessarsi dei segreti disegni e come avesse potuto attraversare il lago da Torri del Benaco a Salò, nonostante il serrato pattugliamento da parte di cannoniere austriache, che per poco non riuscirono ad avvistare la piccola barca sulla quale si trovava in mezzo al lago.
Lo Zenati esordiva dicendo che a Verona in quei giorni si attendeva con viva trepidazione l'avanzata delle truppe franco - piemontesi, nella speranza della imminente liberazione del Veneto, stando alle promesse fatte dall'imperatore Napoleone III. Cacciati gli austriaci oltre il Mincio, la sponda lombarda del lago era stata degli stessi liberata, mentre la sponda veneta era ancora occupata dalle truppe asburgiche.

Pertanto non era cosa facile attraversare il lago, impresa che egli affrontò aiutato dal prete di Torri e da due pescatori, allo scopo di poter quanto prima consegnare i preziosi documenti che teneva cuciti dentro la pettorina, sotto la camicia, illudendosi che in una eventuale perquisizione lì sarebbero stati al sicuro. Infatti egli intendeva consegnare i documenti medesimi allo Stato Maggiore dell'esercito piemontese, che sapeva essere presso Desenzano.
Dopo aver raccontato l'avventurosa traversata notturna del lago, lo Zenati esponeva al Re il modo in cui era riuscito a circuire, a suon di marenghi, un ufficiale superiore austriaco del presidio di Verona, per ottenere dallo stesso i piani delle fortificazioni della città scaligera.

Il Re ritornò ancora curioso sui momenti della traversata e lo Zenati passò ai dettagli dicendo che quella notte sul lago aveva con sé due pistole con cui pensava nel peggiore di casi di vendere cara la vita. Per fortuna, non c'erano riflettori a quei tempi, e la lanterna di prua diffondeva un chiarore molto debole sull'acqua a poca distanza dalla cannoniera.Finalmente la barca giunse presso la riva salodiana, accolta però da alcune fucilate poiché una pattuglia piemontese li aveva presi per spie o contrabbandieri. Lo Zenati si mise allora a gridare: "Non sparate! Siamo amici, siamo italiani!".
Appena messi i piedi a terra e spiegato il motivo della sua missione, ottenne una vettura con la quale si portava velocemente a Desenzano.
La personalità dello Zenati era ben nota sia agli italiani che agli austriaci. Infatti da giovane, quando frequentava l'università di Padova, era costantemente tenuto d'occhio dalla polizia.
Egli ben sapeva nei diversi casi sottrarsi alle insidie tese nei suoi confronti e ad altri suoi compagni di fede politica. Era amico del poeta Arnaldo Fucinato e di tanti altri cospiratori. Laureatosi in giurisprudenza, aveva costituito a Verona un comitato nazionale che era in contatto con i patrioti piemontesi e lombardi, in corrispondenza con lo stesso Cavour.

La vicenda dello Zenati si interfaccia con quella raccontata da Ippolito Nievo in "Le confessioni di un italiano", protagonisti Calvino Altoviti e la giovane greco - veneziana Aglaura Apostulos.
Anche per i due personaggi delle "Confessioni", circa sessant'anni prima, furono momenti difficili: Carlino, fuggito da Venezia, si accingeva all'esilio; Aglaura è in cammino verso Milano, dove spera di ritrovare il fidanzato già esule nella Capitale della Repubblica Cisalpina, e dove hanno trovato rifugio tanti fuoriusciti del Veneto. Essi erano in viaggio ormai da quattro giorni "di carrettella in carrettella, di paese in paese, sgusciando fra le città e la montagna" con l'intento - pensava Carlino - di "giungere al lago di Garda (precisamente a Bardolino, ndr) e farmi buttare da un battello sulla riva bresciana".
Da sempre quest'acqua è stata chiamata a far da confine a più Stati, a più regioni, con protagonisti barcaioli, pescatori, contrabbandieri, tutti attori per traghettare, spesso clandestinamente, persone, merci e ovviamente idee da una sponda all'altra.

Nella ricorrenza dei 150 anni della battaglia di San Martino, ci sembra opportuno qui ricordare episodi con protagonisti personaggi dimenticati dalla cosiddetta grande storia, i quali, come lo Zenati, per pericolose azioni rischiarono non poco,  in più ebbero non poche brucianti delusioni. Infatti, inviato dai piemontesi al Quartier generale di Napoleone III, gli ufficiali lo accolsero freddamente, e poi che ebbero esaminati i documenti, che a lui sembravano tanto preziosi, in tono asciutto gli dissero: "I piani delle fortificazioni di Verona li conosciamo!".
Giuseppe Gagliardi, dai "Ricordi" che lo Zenati aveva lasciati manoscritti, concluse dicendo che il patriota veronese rimase molto deluso; ciò nonostante, si trattenne qualche giorno a Desenzano per capire se e quando si sarebbe continuata la campagna per la liberazione di Verona e del Veneto tutto.

La notte del 6 luglio, pochi giorni dopo l'invito a colazione con il Re a Rivoltella, egli poté vedere con i propri occhi il giovane generale francese Fleury attraversare con la carrozza dalle insegne imperiali, le vie di Verona per andare a chiedere da parte di Napoleone III la tregua delle armi all'imperatore Francesco Giuseppe, primo e malaugurato indizio di ciò che fu poco dopo concluso a Villafranca.
E anche quando sfumarono le speranze di una sollecita liberazione del Veneto, lo Zenati non desistette mai, restando a Verona, di operare in segreto per la causa nazionale, manovrando con i patrioti più in vista delle regioni liberate e capeggiando in città azioni rivolte contro il Governo austriaco e la polizia.
Dopo l'amarezza causatagli dalla spocchia dei francesi, a Zenati rimase il bel ricordo della colazione fatta sulla riva del lago a Rivoltella, su invito di Vittorio Emanuele II con il quale brindò auspicando presto una colazione a Verona, presentando il conto agli austriaci.